Prima di Milan-Venezia (vera 28/08/26)
STORIA VERA. MILANO 28/08/26
Il venerdì mattina Milano mi accoglie con un cielo sereno e quell’aria elettrica che precede le partite notturne. Milan-Venezia, tribuna centrale, biglietto regalato da un cliente. Un motivo come un altro per salire dalla Toscana e rivedere vecchie conoscenze.
Aurora risponde al secondo squillo.
«Marco! Che sorpresa.»
La voce è calda, avvolgente. Esattamente come la ricordavo.
«Sono a Milano per la partita, pensavo di vederci per un caffè.»
«Certo, chiamo subito Franco. Lui stacca a mezzogiorno, ci troviamo in centro?»
Un’ora dopo sono seduto al tavolino di un caffè in centro. Aurora arriva con un tailleur grigio che le fascia i fianchi, tacchi alti, capelli neri raccolti. Franco la segue, camicia su misura, sorriso sincero. Trent’anni lui, ventotto lei. Li avevo conosciuti l’anno prima a un corso full immersion di due giorni che gli avevo fatto. Tecniche di massaggio, respirazione, gestione del corpo. Erano pieni di sogni e con una vecchia Punto scassata.
Ora parcheggiano una BMW nera in doppia fila.
«Gli affari vanno bene,» dice Franco stringendomi la mano. «Merito tuo.»
«Merito di Aurora,» rispondo. «Io ho solo dato qualche dritta.»
Lei abbassa lo sguardo, un sorriso sospeso sulle labbra. Il cameriere porta tre espressi. Franco racconta del suo lavoro in banca, Aurora del centro massaggi. Oltre trecento clienti in un anno. Ha reinvestito tutto, ampliato gli spazi, assunto una segretaria part-time.
«Stasera andate alla partita?» chiedo.
«Noi no,» dice Franco. «Ma tu goditela. Milan-Venezia non è da tutti i venerdì.»
Dopo venti minuti Franco guarda l’orologio. «Devo scappare. Ci vediamo per un aperitivo proma che vai alla partita?»
«Vediamo dopo il massaggio,» dice Aurora. Poi si volta verso di me. «Te lo devo. Un massaggio vero, come quelli che mi hai insegnato. Il tempio è qui vicino.»
Franco mi saluta con una pacca sulla spalla e scompare tra la folla.
Salgo sulla BMW. L’abitacolo odora di cuoio e di lei. Aurora guida sicura, una mano sul volante, l’altra sulla coscia. Il centro massaggi è in una traversa tranquilla dietro una via molto discreta in un quartiere vip. Porta blindata, citofono con telecamera, insegna discreta.
Dentro, la sala d’attesa è piccola ma curata. Poltrone in velluto, riviste di settore, una fontanella che gorgoglia. Aurora mi guida oltre. Uno spogliatoio rivestito in legno scuro con armadietti, doccia in marmo, servizi. Asciugamani impilati in ordine geometrico. Poi il suo ufficio, scrivania minimalista, orchidee bianche. Oltre ancora, il suo spogliatoio privato.
E infine il tempio.
La porta scorrevole si apre su uno spazio ampio, illuminato da lanterne. Pareti color crema con stampe giapponesi. Incenso al sandalo. Un futon gigante al centro della stanza, circondato da cuscini di seta. La musica è un flauto lontano, note sospese.
«Preparati nello spogliatoio,» dice con voce bassa. «Trovi tutto.»
L’accappatoio è dentro un involucro sigillato, morbido, profumato di lavanda. Ciabatte monouso. Mi spoglio, infilo l’accappatoio. Quando esco lei è già lì.
Il kimono è di seta leggera, trasparente sotto la luce delle lanterne. Aurora è alta, mora, il seno prosperoso disegnato con precisione chirurgica dalla stoffa. La vita stretta, i fianchi pieni. E sotto, intravista attraverso la trasparenza, la sagoma scura del pube. Il ciuffo curato, come piace a lei. Come ricordavo.
«Sdraiati a pancia in giù,» dice.
La sua voce è un velluto teso. Mi tolgo l’accappatoio e mi distendo sul futon. La stoffa è fresca contro la pelle nuda.
Le mani di Aurora si posano sulla schiena. Olio caldo, forse al sesamo. Le dita lavorano i muscoli con precisione, risalgono le scapole, scivolano lungo la colonna. Ha imparato tutto. La pressione giusta, il ritmo, l’ascolto del corpo. Da brava allieva è diventata maestra.
Il massaggio scende lungo i lombari, sfiora i glutei. Le sue mani si fanno più leggere, più esplorative. L’interno coscia. Un dito traccia cerchi lenti, sempre più vicino. La zona anale riceve attenzione con indice e medio unti, una penetrazione delicata. Sfiora, accarezza, entra quel tanto che basta per farmi sospirare. Nessun dolore- solo una pressione calda che si irradia.
«Girati.»
Mi volto supino. Lei si siede sui talloni e lentamente, con gesto misurato, scioglie il nodo del kimono. La seta scivola via come acqua. Il seno è esattamente come lo ricordavo: sodo, pieno, capezzoli scuri che si tendono all’aria. Il ventre piatto, l’ombelico un piccolo incavo perfetto. Il pube, con quel ciuffo nero curato come un giardino zen.
Il mio cazzetto è già duro. Dieci centimetri scarsi, ma ben eretto, la cappella scoperta e lucida.
Aurora sorride. Non un sorriso di scherno- un sorriso di apprezzamento, caldo, quasi materno.
«È bello vederlo così,» sussurra.
Le sue mani riprendono il massaggio. Petto, ventre, cosce. Le dita mi circondano le palle, le sollevano appena, le soppesano con delicatezza. Poi iniziano a lavorare l’asta, due dita unte che scorrono su e giù con lentezza, un massaggio lingam che ho insegnato io a lei e che ora lei esegue meglio di me.
Il piacere sale graduale, un formicolio caldo che parte dalla base e si diffonde. Lei mi osserva, studia le reazioni, modula la pressione. Le sue dita si fermano sulla cappella, la accarezzano in cerchi concentrici.
Poi si interrompe.
Prende il lubrificante da un vassoio di legno, ne versa una noce sulle dita. L’indice si appoggia all’ingresso anale e spinge con lentezza esasperante. Entra millimetro dopo millimetro. Il muscolo cede, accoglie. Aurora sa muoversi. Mai doloroso, mai brusco.
La penetrazione e la masturbazione riprendono insieme, un contrappunto di sensazioni. Le sue dita dentro di me, le sue dita intorno al mio cazzetto. Un movimento sincrono, un’onda che va e viene.
Poi Aurora si solleva. Si inginocchia a cavalcioni sul mio bacino, appoggiando il seno sul mio petto. Le tette sode scivolano sulla mia pelle, spinte dal movimento dei suoi fianchi. Capezzoli duri che tracciano scie sulla mia peluria, risalgono lo sterno, toccano il mio mento. Il suo respiro si fa più corto.
Si abbassa.
La sua bocca calda si chiude sul mio cazzetto. Lo prende tutto, senza esitazione, lingua che lavora l’asta, labbra che succhiano piano....
[Continua]
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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